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Perché non festeggiamo il Giorno della Terra

Non festeggiamo il Giorno della Terra perché troppe persone non lo potrebbero festeggiare neanche se volessero. Continuiamo e continueremo a promuovere quelle idee e quelle riforme che possono rendere la Terra un pianeta migliore, più ospitale e più ricco

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Perché non festeggiamo il Giorno della Terra

Perché non festeggiamo il Giorno della Terra

Domani, 22 aprile, essendo domenica, molti borghesi, scartando i pasticcini, trascorreranno il Giorno della Terra lamentandosi della disattenzione verso l'ambiente, del capitalismo che tutto distrugge e dei pomodori che non hanno più il sapore di una volta. Contemporaneamente, più di 1,3 miliardi di esseri umani passeranno la giornata, come ogni altro fottutissimo giorno, senza poter accendere la luce, perché non hanno accesso all'energia elettrica. Noi dell'Istituto Bruno Leoni siamo con questo 1,3 miliardi di individui, e non ci sentiremo a nostro agio a festeggiare alcunché fino a quando anche loro non potranno godere, come noi, i frutti dello sviluppo economico.

L'Earth Day è stato celebrato per la prima volta il 22 aprile 1970, e da allora si ripete sempre uguale a se stesso, trascinandosi appresso il medesimo cahier de doléance. Ma queste lamentele sono davvero giustificate, e distinguono correttamente cause ed effetti? Qualche esempio preso a caso. I dati con cui giocare, e di fronte ai quali stupirsi, sono qui.

Nei paesi meno sviluppati (qui la lista) il raccolto di cereali per ettaro coltivato, nel decennio 2000-2010, era mediamente superiore del 43 per cento rispetto al decennio 1970-1980. Sempre nella stessa porzione del pianeta, quella che si trova e si trovava nelle condizioni peggiori, l'aspettativa di vita alla nascita è cresciuta del 25 per cento, da 45 a 56 anni. La mortalità infantile si è ridotta del 42 per cento, calando da 137 a 79 casi ogni 1000 nati vivi. Tutte queste statistiche sono ancora migliori se si guarda al mondo nel suo complesso, o se si considerano gli altri paesi in via di sviluppo che hanno avuto destini più fortunati. Per esempio, in Cina l'aspettativa di vita alla nascita è salita da 65 anni nel 1970-1980 a 72 anni nel 2000-2010. Quasi ogni altra statistica è ugualmente incoraggiante, o ancora di più. In questi decenni il mondo è diventato più benestante, ha raggiunto un tenore di vita migliore, e ha visto restringersi le diseguaglianze.

Tutto ciò è merito del capitalismo e della crescita economica che esso ha reso possibile. La globalizzazione e la diffusione delle tecnologie di comunicazione, che hanno consentito il più rapido diffondersi delle informazioni e della conoscenza e hanno accorciato le distanze tra i paesi, hanno amplificato tendenze già in atto. Dove questo non si è verificato, o dove è accaduto in modo relativamente più lento, è perché circostanze politiche (interne o legate a conflitti internazionali) hanno arginato la grandiosa forza del capitalismo che, per citare il passaggio più bello mai scritto in sua lode,

Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d’interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?

Un'altra bella notizia è che questo incredibile e positivo sviluppo non è andato a detrimento dell'ambiente, come sembrano pensare molti tra coloro che domani festeggeranno l'Earth Day. La qualità ambientale tende infatti inizialmente a peggiorare, man mano che le società si fanno più ricche, ma, una volta soddisfatti i bisogni essenziali, l'ambiente stesso diventa un bisogno. Così, dopo che esso ha alimentato la crescita, l'umanità si sdebita e rende alle generazioni successive un pianeta migliore di quello che ha ereditato. Infatti, la maggior parte degli indicatori ambientali mostrano, dopo un iniziale periodo di peggioramento, un continuo e sostenuto miglioramento.

Questo ci riporta all'inizio. Nonostante i trend siano buoni, la situazione è ancora deludente. Ancora troppa gente su questo pianeta soffre la fame, la sete e deprivazioni che noi oggi non consideriamo neppure immaginabili, nel nostro angolo di mondo benedetto dall'industrializzazione. Quello a cui queste persone hanno diritto è lo stesso tipo di sviluppo che abbiamo avuto noi. E' possibile. Gli strumenti tecnici ci sono e tante tecnologie e pratiche produttive e commerciali che nel passato dovevano essere inventate, oggi esistono. Perché possano essere estese a chi non vi ha accesso, però, occorre che quei paesi si diano istituzioni compatibili col mercato: che tutelino la proprietà privata, il contratto, la libertà di spostamento delle persone, delle merci e dei capitali. Ma serve anche che i paesi occidentali non impediscano, col loro protezionismo e con le loro politiche, queste evoluzioni. Serve che noi non cannoneggiamo persone e merci coi cannoni immateriali delle restrizioni alle importazioni e all'immigrazione, col nostro protezionismo dei beni e degli individui. Il protezionismo fa male a chi ne è la vittima e fa male a chi lo pratica; ma è assolutamente inaccettabile quando implica gettare a mare le speranze e il futuro di individui che non hanno avuto la fortuna, come noi, di nascere qui. Questo protezionismo a volte si maschera sotto il mantello falso delle politiche ambientali. Le nostre politiche ambientali, nella maggior parte dei casi, non proteggono l'ambiente ma perseguono un'agenda politica ed economica; tutelano voti e interessi. A scapito nostro e soprattutto a scapito di quel 1,3 miliardi di persone che non hanno l'elettricità e che vivono asfissiati in case, se così vogliamo chiamarle, dove la morte cammina nei fumi che esalano da stufe e cucine rudimentali oppure arriva silenziosa come la zanzara anofele, portatrice della malaria. Bruce Yandle, in questo bellissimo paper pubblicato dal Perc per il Giorno della Terra, spiega cosa non ha funzionato e cosa bisogna cambiare per far funzionare le cose.

Per tutte queste ragioni, noi dell'Ibl il Giorno della Terra non lo festeggiamo. Non festeggiamo idee sbagliate che confondono la patologia coi suoi sintomi, e pretendono di combattere il capitalismo con la povertà, anziché il contrario, nascondendosi dietro foglie di fico «ecologiche» tra virgolette. Non festeggiamo il Giorno della Terra perché troppe persone non lo potrebbero festeggiare neanche se volessero. Continuiamo e continueremo a promuovere quelle idee e quelle riforme che possono rendere la Terra un pianeta migliore, più ospitale e più ricco.

Fonte: Carlo Stagnaro (Leoni Blog)

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